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La decostruzione della prestazione arbitrale di Roca

Valerio Villano Barbato - 25/11/2017, 13:00

Sezione di Messina
Continua la carrellata di grandi ospiti alla sezione “Salvatore Rizzo” di Messina. A dar lustro lo scorso 17 novembre alla sala riunioni della compagine di Via San Sebastiano è toccato al Componente della Commissione Arbitrale Interregionale Diego Roca, accolto dal presidente del Comitato Regionale Arbitri Sicilia Michele Cavarretta e dal Presidente sezionale Massimiliano Lo Giudice.
L’ex fischietto pugliese, transitato da poco dall’altra parte della barricata, ha messo in riga arbitri e osservatori con una riunione vibrante e ricca di interessantissimi spunti di discussione. Partenza dedicata alla figura dell’osservatore modello, colui che deve possedere tre caratteristiche: competenza, consapevolezza e motivazione. Fulcro delle realtà arbitrali periferiche, gli osservatori devono maturare una preparazione tecnica tale che possa farli diventare veri formatori della futura classe arbitrale; l’unica motivazione deve essere la crescita dei ragazzi, in un processo che deve mirare non alla ricerca dell’errore ma alla valorizzazione degli aspetti positivi emersi dopo ogni direzione.
Per far si che ogni osservatore riesca a compiere bene il suo lavoro ci vuole tanta applicazione: dalla designazione, alla quale non bisogna mai avvicinarsi con preconcetti di sorta, fino al colloquio di fine gara, che deve essere condotto ponendo la massima attenzione alle priorità.
Un focus particolare poi sulla relazione di fine gara, che deve essere chiara, leggibile, in modo che l’arbitro possa effettivamente imparare e migliorare dai suoi errori.
Questo il pensiero di Roca su quelli che la partita la guardano dall’alto, dall’esterno; ma, se possibile ancor più intensa diventa la discussione quando l’ex CAN B, prende a trattare della figura dell’arbitro, mascherando a fatica quell’agonismo che ancora lo divora dall’interno. Un direttore di gara che si rispetti deve essere preparato al meglio sotto l’aspetto fisico, e ancor di più sotto quello tecnico – tattico: bisogna conoscere il gioco, applicare il regolamento e soprattutto avere uniformità di giudizio nelle decisioni. Fondamentale poi la collaborazione con il resto del team arbitrale: assistenti e direttore di gara rappresentano un’unica entità sul rettangolo di gioco. Chiarezza in fase di briefing e contatto visivo costante tra i membri del team sono elementi che spesso possono risolvere situazioni delicate. E anche quando tutto questo non dovesse bastare c’è ancora un’arma che un buon arbitro deve possedere: la propria personalità. Sapersi far accettare senza autorità ma con autorevolezza è forse quel famoso quid che separa i fuoriclasse dai comuni mortali.
Quel quid che sicuramente Diego Roca ha mostrato di possedere mettendo in scena una riunione interessante e dall’alto contenuto formativo.

Supplemento on-line della rivista "L'Arbitro" (aut. Tribunale di Roma n. 499 del 01/09/1989)

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