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Lezione di psicologia arbitrale di Aleandro Di Paolo della CAN B

Nando Paciolla e Giovanni Aruta - 27/02/2018, 18:00

Sezione di Frattamaggiore
La riunione tecnica dell’8 febbraio della Sezione di Frattamaggiore “Gennaro Marchese” ha visto la partecipazione, come ospite nazionale, di Aleandro Di Paolo, classe ‘77, della Sezione di Avezzano. Arbitro dal 1993, dopo quattro Stagioni in Lega PRO, oggi è nell’organico della CAN B, con un bagaglio di 115 gare dirette in Serie B e tre nella massima categoria nazionale.
Presentato dal Presidente di Sezione Michele Affinito come amico, ma soprattutto come uomo di spessore, Aleandro non ha deluso le aspettative. In primo luogo ha trattato l’approccio giusto ad una gara e ha reso tangibile la sottile differenza tra l’affrontare e il confrontarsi con un calciatore. Il primo approccio può causare una reazione imprevista del calciatore e, quindi, provvedimenti disciplinari conseguenti. Confrontarsi vuol dire rendere evidente la suddivisone dei ruoli, demarcare limiti che, se valicati, possono comportare delle conseguenze. Esso comporta l’assunzione di un atteggiamento naturale e tranquillo che trasmetta all’ambiente che circonda l’arbitro la sensazione di controllo della situazione: ciascun calciatore o dirigente si affiderà, in tal modo, al direttore di gara per il rispetto del regolamento.
A molti arbitri può capitare di voler imporre la propria personalità per poter mantenere la gara nei binari della legalità ma ciò causa un atteggiamento del tutto opposto da parte dei calciatori. Così come gli arbitri, questi leggono il messaggio offerto dal nostro “body language” e si comportano di conseguenza.
Ogni arbitro dovrebbe affrontare, così come lo stesso fischietto abruzzese ha fatto, un processo di “mental coaching” in modo da preparare, approcciare e dirigere la gara in tutta la sua durata nella maniera ottimale.
Tutto ciò si può, però, ottenere soltanto con la giusta motivazione ed è proprio di questo ha trattato la seconda parte della riunione.
Si è abusato spesso del concetto di “raggiungere la propria Serie A” ma Aleandro è colui, che più di ogni altro ha reso evidente cosa vuol dire ciò. “Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio. Chi ha ragione ed è capace di soffrire alla fine vince”; è la frase di Gandhi che viene mostrata a caratteri cubitali. Il messaggio è chiaro: la serie A non consiste nel raggiungere una certa categoria, ma nel guardarsi allo specchio senza rimpianti e rimorsi e dire con sincerità a se stessi che si è fatto tutto ciò che era possibile.
“La fatica non è mai sprecata, soffri ma vinci” è invece l’aforisma di Pietro Mennea mostrato accanto alla prima. Con questo messaggio viene portato in auge il nucleo intorno a cui orbita la trattazione dell’arbitro avezzanese: ciò che vi è di fantastico nell’arbitraggio non è la categoria raggiunta ma semplicemente ciò che si diventa nel perseguire tale obiettivo.
La riunione sembra giungere al termine con questi messaggi che da una parte danno una maggiore consapevolezza, ma dall’altra sembrano quasi un invito ad accontentarsi dei risultati raggiunti. Aleandro però intende tutt’altro ed infatti la sua presentazione si conclude con la citazione di Paolo Coelho “Soltanto una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire!”.
I nuovi arbitri non avrebbero potuto avere un benvenuto migliore all’attività arbitrale: la sala è rimasta estasiata, molti avrebbero voluto continuare ad apprendere dall’umiltà e la capacità dell’ospite speciale.

Supplemento on-line della rivista "L'Arbitro" (aut. Tribunale di Roma n. 499 del 01/09/1989)

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