Arbitro e scrittore: una chiacchierata con Giovanni Maistrello

Arbitro e scrittore: una chiacchierata con Giovanni Maistrello

Sezione di Este

Ancora una volta gli arbitri di Este regalano soddisfazioni non solo sul terreno di giuoco, ma anche al di fuori. È proprio quanto si può affermare per Giovanni Maistrello, arbitro ventiduenne appartenente alla Sezione di Este, che nel 2024 ha vissuto la soddisfazione di veder pubblicato il suo primo libro “Noi non sentiamo le botte”. 

Tanto per fare chiarezza, come è strutturato il libro? 
“Il libro è in realtà un insieme di cinque racconti legati da un filo conduttore che tratta pressoché gli stessi temi, come ad esempio sofferenza e solitudine, che spesso portano i personaggi a perseguire il medesimo e unico scopo: quello del ricominciare. Ciò che intendo dire con questo è che i miei personaggi ricercano, talvolta solo momentaneamente, un nuovo inizio, un punto dal quale potersi rialzare e trovare le forze per ripartire dopo aver perso qualcuno o aver sofferto per una malattia ovvero un brutto periodo. Penso che il contenuto del mio romanzo sia perfettamente descritto all’interno della frase che ho scelto di riportare nel retro della copertina: “Noi non sentiamo le botte” significa cadere, rialzarsi per poi cadere di nuovo, ancora e ancora. Fino a quando non ci si rende conto che cadere non è rialzarsi, ma abbracciarsi”.

Alla luce di quanto hai dichiarato riguardo il tema principale dei racconti, la tua esperienza arbitrale ha avuto influenza sui valori che ripercorrono i personaggi del libro?
“Innanzitutto l’essere direttore di gara a quest’età mi ha aiutato a comprendere diversi aspetti della vita e i relativi valori tra cui il rispetto degli altri, la giustizia, la correttezza, il comportamento, la trasparenza e l’entusiasmo di mettermi in gioco. Essere arbitro dal mio punto di vista apre verso nuove sfide garantendoti una sicurezza personale e una fiducia nelle proprie potenzialità che altrimenti non avrei avuto. Come sottolineo nel libro, nella vita si può cadere milioni di volte, ma ciò che conta è sapersi rialzare trovando la propria strada e il proprio percorso, come i personaggi dei racconti del libro. Nella mia vita arbitrale ho avuto diversi ostacoli da superare e grazie ai valori che vengono trasmessi anche all’interno del gruppo sezionale ho saputo affrontare quei momenti ricavandone il meglio per il mio futuro ed è un significato che ho trasmetto anche in alcuni dei racconti del mio libro”.

Qual è stata la tua principale ispirazione? Ci sono anche autori a cui tu sei ispirato o che ti piacciono particolarmente? 
“A dir la verità, non ho avuto qualcuno o qualcosa a cui ispirarmi direttamente, però posso dire che per il contenuto del romanzo ho voluto cogliere tanto da tanti, intendo dire da luoghi a me conosciuti e frequentati, canzoni, addirittura esperienze dirette di chi mi circonda. Per quanto riguarda la forma del libro, invece, potrei citare come ispiratrici sicuramente Valeria Parrella o Veronica Raimo, entrambe autrici che rendono uniche le loro storie anche raccontandole in poche pagine”.

Domanda sicuramente un po’ più personale, ma che mi mette grande curiosità: ti sei rivisto in qualche personaggio e nelle sue emozioni? 
“Parto dal presupposto che non vi è un personaggio che effettivamente mi identifica o che nasce dalle mie emozioni, però mi sento di dire che ognuno di essi attinge da realtà o persone che ho avuto modo di conoscere e incontrare, ognuna di esse unica nel suo modo di essere e di vivere e da cui ho sentito con maggior impulso l’ispirazione da cui poi sono nate queste storie. Ripensandoci, riguardo la tua domanda, ci tengo a nominare Hawa in particolare, un personaggio il cui racconto è quello a cui sono più legato e da cui prende il nome lo stesso libro”. 

Quanto ci hai messo a portare a termine il romanzo? Sei mai incappato nel tanto temuto blocco dello scrittore? Se sì, cosa consigli agli aspiranti scrittori per poterlo superare? 
“Alla stesura del romanzo ho lavorato per circa un anno e mezzo: non posso negare che vi siano state numerosissime pause e “blocchi dello scrittore”, per così dire. Molte storie sono state cambiate radicalmente più volte, altre hanno subito pesanti modifiche. Il problema per uno scrittore, almeno dal mio punto di vista, è quello di mettersi in pace con sé stesso e con ciò che scrive. Personalmente sono molto critico riguardo quello che scrivo e spesso è difficile convincermi a lasciare un capitolo così com’è, infatti sono più per cambiarne sempre qualche dettaglio, certo con delle limitazioni altrimenti, così facendo, di questo passo non lo pubblicherei mai”.

Cosa ti aspetti dai futuri lettori? Come vorresti che si sentissero nel dedicarsi alla lettura del libro?  
“Io spero che a leggere questo libro siano soprattutto i giovani. A mio parere sono loro a comprendere meglio i sentimenti dei protagonisti dei miei racconti e di conseguenza anche a rispecchiarcisi. Personalmente io lo consiglierei proprio a loro. Credo comunque che anche gli adulti possano ricavarne qualcosa che li porti a essere più consapevoli di loro stessi e dei loro figli, o in generale a rapportarsi con i giovani. Quello che spero di ottenere da questo libro è una maggiore sensibilizzazione e attenzione verso temi strettamente legati al mondo giovanile, come lo sono, per fare qualche esempio, il disagio o l’estenuante ricerca della libertà di essere ciò che più si vuole, qualunque significato essa abbia. Vorrei che tutte le persone che abbiano sofferto o che ancora oggi soffrono avessero la piena libertà di seguire la propria strada come simbolo di una rinascita personale e soprattutto poter amare senza essere ostacolati da pregiudizi e discriminazioni”.

Hai da sempre coltivato la passione per la scrittura? Ti piacerebbe che diventasse in futuro il tuo lavoro o è soltanto un hobby? 
“Scrivo fin da quando ero piccolo: inizialmente scrivevo cose a cui nemmeno davo importanza e nel peggiore dei casi finivano per essere buttate o cancellate, ma più tardi ho iniziato a condividere con altri tutto quello che mi sentivo di mettere su carta, nonostante mi spaventasse il loro giudizio; con il tempo, però, ho saputo cogliere in quest’ultimo aspetto il coraggio di mettermi in gioco, è stato senza ombra di dubbio un processo abbastanza lungo, ma che alla fine è sbocciato con la realizzazione di questo libro, terminato la scorsa estate. Quello che mi piacerebbe per il mio futuro sarebbe riuscire a lavorare ad un libro di poesie tutto mio: ho sempre amato la poesia, soprattutto quella degli autori contemporanei e meno conosciuti, perciò spero un giorno di riuscire a portare i versi che scrivo anche tra le persone”.

 

Supplemento on-line della rivista "L'Arbitro"
(aut. Tribunale di Roma n. 499 del 01/09/1989)
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