Donadoni: "Meglio essere padroni dei propri silenzi che schiavi delle proprie parole"

Donadoni:

CRA Emilia-Romagna

Nella serata di giovedì 17 marzo, il Comitato Regionale Arbitri dell’Emilia-Romagna ha avuto la possibilità di organizzare una riunione tecnica con Roberto Donadoni.

L’incontro, tenutosi rigorosamente online si è aperto con un video che celebrava la gloriosa carriera dell’ospite e con i saluti del presidente del CRA Emilia-Romagna, Graziella Pirriatore.

Si è trattato di un vero e proprio scambio con i ragazzi e con i presidenti collegati, dove il rapporto arbitro- giocatore e allenatore l’hanno fatta da padrone:

 

Che rapporto si è istaurato tra lei e gli arbitri?

“Come in tutte le situazioni è una questione di personalità e di carattere. Con alcuni si poteva avere più dialogo, con altri meno. Da calciatore lo vedevo come un ruolo non facile, ma una figura professionale e rispettabile. Se come spesso accade un calciatore è un po’ aggressivo, è difficile poter istaurare un rapporto “pacato”. Non riuscivo ad essere focoso con gli avversari, figuriamoci con l’arbitro. Penso che la correttezza mi abbia sempre ripagato in tutti gli anni della mia carriera. Quando capivi che l’arbitro era un protagonista esso stesso della partita si poteva istaurare un rapporto pacifico e di rispetto”.

Come si è evoluto figura dell’arbitro?

“È cambiato moltissimo nel corso degli anni. Quando ho cominciato il modo di approcciarsi, il modo di confrontarsi con gli atleti era molto meno controllato… Oggi è più complicato, ci sono più occhi che controllano, le regole si sono affinate, ma se c’è lo spirito collaborativo, tutto diventa più semplice e meno complicato”.

Come hai fatto ad arrivare e a non mollare?

“Non mi sono mai posto un obiettivo a lungo termine. La mia vita e carriera è andata avanti tranquilla con momenti felici e con difficoltà (a undici anni sono andato a giocare dalla squadra del mio paese all’Atalanta. Un difetto che mi ha accompagnato all’inizio è stata la statura.) E la passione non mi ha mai abbandonato, prima da calciatore e poi da allenatore; questa è la vera ricetta e il fatto di non mollare mai. Dovevo dare tutto me stesso e anche di più perché sapevo di avere in squadra ragazzi anche più bravi di me. Ringrazio i mei genitori per l’educazione che mi hanno dato, perché non mi hanno mai fatto sognare in grande, ma sempre con i piedi per terra”.

Quale approccio di un arbitro che la faceva più innervosire/o stare sull’attenti.

“Non c’è un atteggiamento in particolare; quando un arbitro entrava nello spogliatoio e faceva l’appello, lo iniziavi a pesare fin dall’inizio. Penso sia giusto giusto istaurare un rapporto professionale ma altrettanto “simpatico” e cordiale”.

 

Come si vive la designazione di un arbitro? Esiste lo studio di un arbitro?

“No, non c’era lo studio dell’arbitro. Qualche collaboratore/dirigente ti inviano nozioni, ma al quale do un peso relativo. Non posso pensare ci sia un arbitro più casalingo o viceversa. Credo nell’onestà e nella correttezza per cui tutte le statistiche portano via tempo ed energia.

Al contrario la percezione che un arbitro sia preparato e abbia studiato le caratteristiche delle squadre si ha. Durante l’azione e la velocità del gioco rende complicato averne evidenza, ma si percepisce la preparazione”.

Quali sono le maggiori difficoltà incontrate nel rapporto con l’arbitro sia da calciatore che da dirigente?

“Credo assolutamente nella buonafede dell’arbitro e dei suoi collaboratori, siamo tutti quanti degli uomini e degli atleti e in quanto tali tutti possiamo sbagliare. Ciò che mi disturba è quando non si ha il coraggio di ammettere l’errore (ma questo discorso vale a 360° gradi (Non solo verso l’arbitro)”.

Quali sono i ricordi più belli da calciatore/allenatore? Ci sono dei gesti scaramantici?

“Da calciatore ho vissuto momenti meravigliosi, la cosa più bella è stata esordire nella squadra della mia città (Bergamo). Fin da ragazzino sono stato tifoso del Milan e ho avuto l’opportunità di scegliere di giocare per questa squadra ed è stato un sogno. Ovviamente la prima Champions League è rimasta impressa, perché si vinceva un trofeo internazionale a Barcellona. Non sono per nulla scaramantico. Dal punto di vista mentale ogni volta che affrontavo una gara, cercavo di creare i presupposti di una gara precedente fatta bene, sia dal punto di vista fisico che mentale. Ho sempre ritenuto la scaramanzia non importante, ma ci sono allenatori scaramantici. Es. uscire sempre dopo un certo calciatore”.

Riguardo la gestione dei calciatori: come si gestiscono i leader?

“Occorre definire chi è il leader, spesso sono coloro che nell’immaginario pubblico sono diversi e si fanno notare. Ma dietro le quinte non è sempre così: ho avuto calciatore “nella media” che però potevano tranquillamente avere molto peso nello spogliatoio. Aldilà del leader conta quello che trasmetto ai miei atleti durante la settimana, è questo l’essenziale. E per rispondere alla domanda mi rifaccio a questa massima: Meglio essere padroni dei propri silenzi che schiavi delle proprie parole. Abbiamo parlato di valori importanti, occorre fare bene quello che bisogna fare, piuttosto che perdersi in chiacchiere”. 

Come prevenire episodi spiacevoli nei confronti degli arbitri?

“È giusto che ci siano pene severe e serve applicarle. È sicuramente una gestione di cultura e di educazione su cui occorre lavorare di continuo. Nella mia carriera da allenatore non sono mai stato allontanato, al massimo mi hanno detto “Mister sta uscendo dall’area tecnica”.

Ci potrebbero essere regole del gioco del calcio che pensa possano essere modificate?

“Ci potrebbe essere il passaggio al tempo effettivo, come nel calcio a cinque. Il calcio giocato molte volte è poco, qualcosa in tal senso penso sia opportuno. Inoltre, a livello dilettantistico è opportuno che ci sia una maggiore attenzione allo studio del regolamento da parte delle società”.

Quali differenze ci sono tra Italia ed altri paesi a livello arbitrale?

“Rispetto alla Cina, noi in Italia siamo avanti anni luce. C’erano arbitri europei che venivano ad arbitrare in Cina le partite importanti. A livello culturale, ho vissuto soprattutto la seconda parte dovuta al covid molto pesante. 2 piani a disposizione per ciascuna squadra (8 in un hotel per quattro mesi). Ho vissuto in una città come Shenzen (città di cui ricordato 400.000 abitanti e ne ho ritrovati non so quanti in più), poi ad Alian. Non hanno una cultura alle spalle del calcio italiano, spendono molti soldi per comprare calciatore affermati, ma non sono strutturati per arrivare ai nostri livelli nonostante abbiano tante potenzialità e molti soldi. Quando sei in un contesto e in una competizione differente ritengo che tutti gli attori si debbano un po’ adattare, molte nazioni hanno difficoltà, ma tranquilli che voi non avete nulla da imparare. Ritengo che gli arbitri italiani siano in assoluto i migliori o tra i migliori al mondo”.

Supplemento on-line della rivista "L'Arbitro"
(aut. Tribunale di Roma n. 499 del 01/09/1989)

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