L'AIA celebra la Giornata della Memoria ricordando Raffaele Jaffe, arbitro di calcio e fondatore del Casale FBC, deportato e ucciso ad Auschwitz-Birkenau nel 1944

L'AIA celebra la Giornata della Memoria ricordando Raffaele Jaffe, arbitro di calcio e fondatore del Casale FBC, deportato e ucciso ad Auschwitz-Birkenau nel 1944

La grande Storia è fatta delle piccole storie di tante persone. Così anche quella dell’Associazione Italiana Arbitri, che ha accompagnato il cammino verso le celebrazioni dei 110 anni di fondazione, a fine agosto del 2021, ricostruendo con più di 330 profili di associati il percorso che, dalla vita quotidiana delle Sezioni ai momenti storici sui palcoscenici internazionali, ha reso l’AIA quel che è oggi.

Non un’opera esaustiva quella, e che può continuare ancora nel tempo, visto che certamente alcuni profili possono essere sfuggiti, da un lato perché può essere difficile mantenere e consultare la documentazione che ne ricostruisca azioni e gesta, dall’altra perché l’inesorabile scorrere del tempo assottiglia i contorni delle memorie storiche e, purtroppo, il tempo i depositari di questa memoria li porta via.

Un problema questo che però non scoraggia chi vuole raccontare storie e chi vuole fare memoria, anche della Memoria, quella che si celebra il 27 gennaio, a ricordare l’Olocausto e gli orrori dei campi di concentramento nazisti nella Seconda Guerra Mondiale. Anche per quelle tragiche pagine di storia le memorie viventi ormai diventano sempre meno: i testimoni se ne vanno, non le loro testimonianze. E questo grazie anche a chi le raccoglie o a chi, con le sue ricerche, le rende tali: così ha fatto anche Adam Smulevich, giornalista e scrittore contattato dal Vice Presidente Alberto Zaroli per andare alla ricerca di figure arbitrali che avessero vissuto il tragico destino dell'Olocausto. Smulevich indagò anche la vicenda del salvataggio degli ebrei compiuto dal campionissimo del ciclismo Gino Bartali che, per quella vicenda, fu nominato giusto tra i giusti . È grazie a lui e al suo libro “Presidenti”, edito da Giuntina nel 2017, che vengono raccontate le storie di tre dirigenti che scrissero pagine di storia del calcio e che vennero cancellati dal fascismo e dalle leggi raziali. Sono Giorgio Ascarelli, fondatore del Napoli, Renato Sacerdoti, il presidente che per primo avvicinò la Roma alla vittoria del Campionato e Raffaele Jaffe, colui che regalò un incredibile scudetto al Casale, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. E, tra le pieghe della storia e di quella memoria che rischia di farsi sempre più rarefatta, è stato scoperto che Jaffe era anche arbitro di calcio.

Un arbitro che morì nei campi di concentramento, vittima della violenza cieca. Raffaele Jaffe è stato il fondatore del Casale Foot Ball Club, società nata nel 1909 e acerrima nemica della Pro Vercelli, che in quell’anno vinceva il suo secondo scudetto. Jaffe era un intellettuale, laureato in scienze naturali e chimiche, docente e preside della Scuola Normale Femminile Giovanni Lanza e insegnate al Leardi, il più antico istituto tecnico d’Italia. Fu quella la sua “cantera”, da dove prese i giovani che faceva poi correre sul Campo del Vecchio Bersaglio di Casale Monferrato, anche conosciuto come Priocco. Giovani che seppe crescere e portare, in meno di un lustro, a quell’unico storico tricolore del Casale, che sconfisse in finale la Lazio nel 1914. Jaffe, per tutti il “Presidente”, era anche una guida morale per i suoi giovani, ed era considerato anche esempio di imparzialità: fu per questo che dopo alcuni arbitraggi in gare della sua Casale, la Federazione decise di nominarlo ad arbitro ad honorem. E Smulevich nel suo libro riporta alcuni estratti di un’intervista del 1914 di Jaffe al quotidiano l’Avvenire dove racconta la sua esperienza da direttore di gara: “A parte la mia nessuna pretesa di arbitrare è certo che il compito era reso ancor più difficile dalla quasi uniformità dei colori delle due squadre. A questo proposito consiglio al Club Casale di tenere a disposizione dei suoi giocatori undici maglie di colore differente da quelle abitualmente adottate. Si potrà avere così una più netta visione del giuoco, mentre l’occhio sarà rallegrato dal contrasto delle tinte”, parole, queste di Jaffe, che un secolo dopo sono ancora certamente attuali. Come attuale è la capacità di fare autocritica del proprio operato, che Jaffe aveva e che ogni arbitro dovrebbe avere oggi.

Raffaele Jaffe, uomo di sport, di scuola, di formazione, dal 18 settembre 1938, giorno della promulgazione delle Leggi Razziali, iniziò ad avere una colpa: essere nato ebreo, l’11 ottobre 1877 ad Asti, dal padre Leone e dalla madre Debora Foa. Una colpa per fascisti e nazisti, perché legata più al sangue che al credo, che nemmeno il battesimo ricevuto nel 1937 per poter sposare Luigia Cerutti poté emendare. Così Raffaele Jaffe venne arrestato il 16 febbraio 1944, passò 5 mesi nel campo di Fossoli e il 2 agosto successivo venne caricato su un treno che da Verona lo portò nell’orrore di Auschwitz-Birkenau. Un orrore che lo ha inghiottito, ma non consegnato all’oblio, perché oggi anche l’Associazione Italiana Arbitri lo vuole ricordare, simbolo di tutte quelle persone vittime della Shoah e delle leggi Raziali: Raffaele Jaffe, presidente del Casale, insegnante e formatore di tanti giovani, esempio di imparzialità ed arbitro.

Si ringraziano per la collaborazione il dott. Adam Smulevich e la dottoressa Laura Brazzo, vice direttore e responsabile dell'archivio storico della Fondazione Centro di documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Un grazie anche all'ab Natalino Amisano per le ricerche effettuate nel Monferrato.

Supplemento on-line della rivista "L'Arbitro"
(aut. Tribunale di Roma n. 499 del 01/09/1989)
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