Riflettere, cadere e rialzarsi: Marcenaro racconta il suo percorso fino alla CAN

Riflettere, cadere e rialzarsi: Marcenaro racconta il suo percorso fino alla CAN

Sezione di Roma 1

Un nuovo appuntamento, ricco di emozioni, ha caratterizzato la Riunione Tecnica della Sezione di Roma 1 con la coinvolgente testimonianza dell’arbitro CAN Matteo Marcenaro.

Il Presidente Daniele Doveri ha aperto la serata dando il benvenuto e ricordando che “Non esiste futuro senza la conoscenza del passato - rivolgendosi soprattutto ai giovanissimi colleghi - perché non si può immaginare dove andremo senza sapere da dove veniamo”. Con la chiarezza che lo contraddistingue, il Presidente ha sottolineato che la rendita in termini di stima e di rispetto di cui vivono gli associati di Roma Generoso Dattilo, è figlia dei grandi nomi che hanno fatto la storia della Sezione. “Abbiate sempre un modello cui ispirarvi e restate con i piedi per terra, perché loro sono il nostro esempio e sono coloro a cui dobbiamo puntare”.

Dopo il momento di apertura, è intervenuto Carlo Pacifici. Componente del Comitato Nazionale e associato della Sezione, ricordando come nel passato gli arbitri romani fossero un punto di riferimento nazionale e internazionale. “La “golden Age”, da lui stesso così definita, che raccoglieva i grandi nomi romani dell’AIA.  Ha concluso poi con un pensiero ai nuovi arbitri: “Ricordatevi che questa disciplina è fatta di umiltà e di tanta passione. Sognare non costa nulla, credeteci fino alla fine”.

È poi il momento di Matteo Marcenaro, che non nasconde l’onore e l’emozione di essere chiamato a parlare in una Sezione come quella di Roma 1 che nei numeri e nei nomi rappresenta ancora un grande punto di riferimento.

“Ringrazio Voi ragazzi, che siete venuti così in tanti. Quando ero al vostro posto mi piaceva molto ascoltare i grandi arbitri che venivano in Sezione e mi piaceva vedere il percorso che loro prima di me avevano fatto.” Nel suo intervento, Matteo insiste sul come sia normale e anche utile vivere all’interno di questo percorso - che per alcuni può essere anche molto lungo – dei momenti di difficoltà. “L’arbitraggio è anche una gara di resistenza, poiché per fare qualunque cosa ci possono volere anche molti anni ma non bisogna avere fretta e smania di arrivare perché per ogni cosa c’è un suo tempo”. Suggerisce ai giovani colleghi di non sentirsi mai “arrivati in cima” perché in ogni punto di arrivo c’è sempre un nuovo punto di partenza.

Matteo condivide con trasparenza e serenità le sue fasi di grande difficoltà che individua in tre momenti specifici: il passaggio dal Settore Giovanile Scolastico alla Terza e Seconda, superato dopo un periodo di congedo che gli era stato suggerito dal Presidente di Sezione.

Un secondo momento, quello in cui era in ballo il passaggio dal CRA alla CAI, che non avvenne a causa di una partita sbagliata a seguito della quale sbaglia anche le gare successive entrando in una vera crisi di vocazione. “Ancora oggi ritengo quella partita la più importante della mia carriera perché mi ha insegnato tutto. Nessuna gara va presa mai sottogamba ma soprattutto non può essere una gara a cambiare le tue sorti, se ci credi davvero”.

E poi ricorda l’approdo in CAN D, con l’interruzione di due mesi di attività a causa di una caduta a seguito della quale si ruppe un braccio: incidente che non gli ha comunque impedito di continuare ad allenarsi, per farsi trovare pronto nel momento in cui gli fosse stato possibile riprendere l’attività.

Un grande momento di condivisione e di testimonianza che Matteo ha trasmesso a tutta la platea, che lo ha seguito con interesse e con grandi spunti di riflessioni. Una serata che si conclude tra gli applausi e tra le emozioni che si sono poi susseguite nella cena cui molti associati hanno partecipato ritrovando quella giusta voglia di appartenenza.

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(aut. Tribunale di Roma n. 499 del 01/09/1989)
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